Portai i miei bambini e Gervasia nel letto di mia madre e poi scesi in cucina. Poco dopo arrivò Luciano, mio nipote, che era già tornato da “Fraséign” in compagnia di altri uomini, dove si era recato precipitosamente a cercare sua madre. Era disperato, piangeva e diceva: “Come facciamo adesso noi senza mia mamma? Siamo in tre fratelli e Gervasia è ancora piccola”. Intanto era arrivata anche la nonna Pasca e sentendo questo li consolava e battendosi il petto ripeteva: “Sono qua io, penso io, non preoccupatevi, faccio tutto io”. E Luciano rispondeva: “Tu nonna , sei vecchia e mia mamma non c’è più . Come facciamo noi adesso che nostra mamma è morta? A Fraséign non ci sono più le casere. le stalle, non ci sono più strade, non c’è più niente!”
Lo guardai bene e mi accorsi che era tutto infangato, dai capelli ai piedi. Aveva le scarpe deformate per aver camminato al buio, nella melma, perché non c’era più neppure la traccia della strada. Mia mamma diceva: “Chissà il mio Dino, se è ancora in paese o se è già andato in cantiere”. Le restava un filo di speranza, più tardi seppe che era già partito e allora afflitta profondamente nel sentire questa notizia si chiuse in se stessa e non parlò più. Arrivò altra gente in casa, mia madre non voleva vedere nessuno, voleva essere lasciata in pace, perché pensava ai suoi figli, a Dino che non aveva ancora compiuto 24 anni, a Giacomina che lasciava tre ragazzi soli.
Intanto, Gervasia, dalla camera da letto, continuava a chiamarmi e a supplicarmi di mandarle su la mamma. Insisteva a voler sua mamma e io non sapevo cosa dirle, poiché era morta. Le mentivo dicendo: “Verrà domani”.
Fu una notte terribile che non vorrei più ricordare, mi si stringe il cuore a parlarne; ho un nodo in gola e non riesco a trattenere le lacrime.